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Arti Visive / Gerardo Di Fiore



Nato a Giugliano (Na), Gerardo Di Fiore vive a Napoli, dove è stato titolare della cattedra di Scultura presso l’Accademia delle Belle Arti.

Già negli anni Settanta si afferma come artista militante, impegnato nel sociale. Nel 1976 partecipa con A/Social Group alla Biennale con un filmato sull’esperienza fatta in un ospedale psichiatrico di Napoli. A questi anni risalgono anche la collaborazione artistica con Ciro de Falco, la partecipazione a Open Laboratory e a Laboratorio 3, nonché significative performances ed esperienze che fanno da tramite tra la dimensione privata dell’arte e quella collettiva.

Ben presto Di Fiore rinuncia ai materiali scultorei nobilitati da millenni di tradizione, rinnega il marmo, il bronzo, la creta e si appropria di materiale “vile”, alternativo e funzionale alle esigenze della vita pratica. Adotta dunque la gommapiuma associata a nylon, plexiglas e vinavil, e opta per la poetica del “rifiuto” usando provocatoriamente gli avanguardistici frutti della tecnologia.

Materiale di uso comune sfugge alla morsa del consumo e assurge alla dimensione dell’arte, chiaro segno, questo, di un dissenso verso gli usi spietati e tirannici della materia da parte delle moderne tecnologie. La scelta della gommapiuma è doppiamente simbolica: la deperibilità della materia profana il principio dell’eternità indistruttibile dell’opera d’arte, rendendola effimera, mortale e fugace come il tempo di cui è figlia.

Inizialmente legato all'impressionismo informale, ben presto lo scultore riscopre la forma, abbracciando un surrealismo intriso di immagini neoclassiche sulle quali incombe la presenza invasiva del tempo distruttore, e veicolando nella creazione artistica, sotto forma di ironia tragica, l’impossibilità di recuperare i solidi equilibri di una vagheggiata età dell’oro. L’illusionismo prende allora il sopravvento sui corposi volumi, che hanno il colore del marmo ma l’imprevista sofficità della gommapiuma. Sui nitidi volti neoclassici – ora immagini inquietanti, ora diafane presenze – tagli netti e decisi, strappi e suture scandiscono la rottura con gli stilemi convenzionali del linguaggio iconico; menti prigioniere in anguste gabbie ed elementi della più prosastica realtà quotidiana, risucchiati nel vortice del “bello deforme”, compongono uno scenario silenzioso, visionario e straniante.


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